COME FUNZIONA UN COLLOQUIO DI COUNSELING?

Foto di Marco Pirastru @marcopirastru2403


Come ti immagini che avvenga il colloquio con una counselor?
Quante volte hai sentito parlare di ascolto attivo e riattivazione delle risorse, ma non hai idea di cosa voglia dire in concreto?


In questo articolo vedremo insieme cosa è avvenuto con Cristina (nome di fantasia) nel nostro primo colloquio online.

 Ringrazio di cuore la persona che si è rivolta a me e che gentilmente ha accettato di essere protagonista del racconto nel rispetto della privacy.

Di cosa parliamo in questo articolo?

Caratteristica del colloquio di counseling: la brevità

Il colloquio di counseling non deve essere troppo lungo: in media dura 45 e non supera i 60 minuti. Questo è il tempo massimo in cui riesco a mantenere la giusta attenzione e restare concentrata per consentire al colloquio di esserti utile.

Visto che il tempo è prezioso, il colloquio è suddiviso in fasi per evitare che quando finisci l’incontro e stai tornando a casa, ti sembra di aver perso tempo a parlare con me.

Prontə a vedere le fasi del colloquio? Ricordati che stai entrando nella vita di una persona…quindi fallo in punta di piedi e metti da parte i tuoi giudizi.

Inizio del colloquio: creare empatia

Prima di affrontare l’argomento che Cristina mi vuole portare, verifico se conosce il counseling sistemico-narrativo e se ha bisogno di informazioni. La ragazza si è informata su internet e dice di essere curiosa di sapere come sarà il percorso.

Fin da subito cerco di creare un clima di fiducia e rispetto reciproco per comunicare a Cristina che in questo rapporto lei ha un ruolo attivo. Le spiego quanto dura ogni colloquio, che il numero di colloqui in media può variare da 4 a 6 questo lo stabiliremo insieme a metà percorso.

Dopo averla inviata a compilare il consenso informato che le invierò al termine dell’incontro, comincio con la domanda: “Mi racconti cosa ti ha portato a rivolgerti a me?”

Avvio del colloquio: da dove partiamo

Cristina risponde: “Quando non riesco a fare una cosa mi sprono, mi automotivo”.

Da queste parole capisco che la ragazza è arrivata da me con un’aspettativa diversa da quella per cui potrei esserle utile: l’automotivazione è una componente psicologica che non esamineremo, ma possiamo vedere insieme cosa non è riuscita a fare quando ha sentito il bisogno di spronarsi.

Le spiego questa differenza e Cristina dice che non riesce a iscriversi all’esame d’inglese per ottenere la certificazione che le consentirà di frequentare un master; nonostante abbia studiato e deve solo fare il ripasso finale, non ha ancora pagato la quota d’iscrizione all’esame perché si sente “bloccata”, si sente assorbita dalla quotidianità e lascia passare i giorni. Adesso è preoccupata perché teme di dimenticare quello che ha imparato finora.

Comincio innanzitutto a verificare se si è già data un limite di tempo.

Cristina vorrebbe iscriversi entro fine settembre, dopo aver superato la simulazione.

Questo per il momento è l’obiettivo da raggiungere e dobbiamo esplorare insieme la situazione per vedere cosa sta impedendo a Cristina di pagare l’iscrizione.

Fase centrale del colloquio: costruire insieme

Foto di Marco Pirastru @marcopirastru2403

Come avviene l’esplorazione?

Mentre ascolto Cristina, nella mente alcune parole mi suggeriscono quali sono le “piste” che possiamo esplorare insieme. Le piste sono legate a episodi già vissuti in cui alcune modalità di comportamento hanno funzionato e  aiutano a verificare se questi comportamenti possono funzionare ancora.

la prima parola che mi colpisce è: “automotivazione”.

Anche se non posso affrontarla dal punto di vista psicologico posso vedere con Cristina se ha usato questa strategia altre volte, se ha funzionato e se può funzionare ancora, altrimenti scopriremo insieme quali possono essere le alternative.

Le chiedo di ricordare un episodio della vita in cui si è sentita in difficoltà e si è servita dell’automotivazione.

Cristina ricorda che le è servita quando ha superato l’esame di selezione per accedere all’università in cui ha conseguito la sua prima laurea. “Ha funzionato al 100%” – dice – “Ma all’epoca ero più spensierata e non dovevo affrontare la quotidianità come adesso. Oggi sarei soddisfatta se funzionasse al 70%.” Aggiunge che al mattino appena alzata guarda video motivazionali che le danno l’energia per affrontare la giornata.

Visto che l’automotivazione è ancora importante e sta funzionando, decido di chiudere questa pista per aprirne una che mi ha illuminato la parola “quotidianità”. Accompagno questo passaggio con un commento che faccia capire a Cristina come ho intenzione di proseguire.

Prima di cominciare la nuova esplorazione, però, ho bisogno di avere le prime indicazioni sul sistema famigliare per iniziare a conoscere il contesto in cui la ragazza vive; le chiedo con chi vive e se ci sono altre persone al di fuori della famiglia che sono coinvolte nella vita famigliare. Per evitare che Cristina si senta interrotta bruscamente nel suo racconto, anticipo la domanda spiegandole l’uso che ne faremo delle informazioni che mi fornisce e le assicuro che subito dopo riprenderemo il discorso da dove l’abbiamo lasciato.

Accompagnare con commenti e riassunti ogni passaggio e ogni cambiamento che avviene durante il colloquio facilita il crearsi di un clima di fiducia e rispetto reciproco. È importante che Cristina si senta coinvolta nel percorso assumendo un ruolo attivo in quello che è un processo di co-costruzione; solo in questo modo l’interessata potrà scoprire capacità e competenze che non sapeva, non ricordava o non si rendeva conto di avere e imparerà che il suo contributo è fondamentale per definire cosa sia meglio per sé in questo momento.

Dalle prime informazioni risulta che Cristina vive con il compagno, abita vicino alla mamma e ha un fratello che fino a poco tempo viveva con la mamma e che di recente si è trasferito in un’altra città per lavoro.

Torniamo ad affrontare la quotidianità e vediamo che la sua giornata tipo è ricca di impegni: cura del benessere psicofisico, allenamenti sportivi per la corsa, studio, pulizia della casa, preparazione di pranzo e cena e momenti di relax condivisi con il compagno e la mamma; inoltre dedica il fine settimana all’assistenza di una signora anziana per guadagnare qualcosa. Adesso sta pensando di accettare di curare un’altra signora con cui ha un legame affettivo profondo. “In questo momento ho accettato di assistere la signora per farle un favore” – spiega – “E sposto gli impegni come in un puzzle”. Per far fronte a tutti gli impegni ha deciso di anticipare l’ora del risveglio alle 4,00 del mattino.

Tra il pensare e il parlare c'è di mezzo il mare

Mi colpisce il fatto che nonostante la giornata già molto impegnata abbia accettato anche questo lavoro. Il pensiero va subito a cercare un modo per farle vedere che sia il tempo che le energie sono limitate e riprendo la metafora del puzzle; sottolineo che il puzzle ha un numero di tasselli limitato oltre il quale non è possibile aggiungerne altri, al massimo si possono sostituire con altri. Mi sembra che Cristina abbia colto il mio pensiero, ma poi la vedo perplessa.

Mi rendo conto che ho appena usato un modo barriera, cioè un modo di comunicare che siamo abituati a usare nella quotidianità, ma che non è efficace soprattutto se lo applico all’interno del colloquio. Ho usato la logica e l’argomentazione per portare Cristina verso il mio punto di vista e la sua reazione mi ha fatto capire che stavo sbagliando e che non stavo rispettando i suoi tempi per un eventuale cambio di prospettiva.

Per questo mi fermo e visto che siamo verso la fine del colloquio non apro altre piste.

Prima di concludere voglio affrontare con Cristina un particolare nella sequenza degli impegni della “giornata tipo” da cui sono rimasta colpita.

Abbiamo visto che al mattino presto i video motivazionali le danno la carica e investe questa energia prima di tutto nelle pulizie di casa e poi nello studio.

Se le suggerissi di fare uno scambio userei un altro modo barriera che non considera il ruolo attivo dell’interessata; il suggerimento le farebbe intendere che so io quello che è giusto e invece non posso saperlo. Decido di usare una domanda aperta cioè una domanda a cui non è sufficiente replicare solo “sì o no”.

Le racconto del particolare che ha colto la mia attenzione e poi le chiedo: “Secondo te c’è qualcosa che puoi cambiare nell’organizzazione della giornata?” Questa domanda ho consentito a Cristina di vedere quello che può o si sente di fare effettivamente ed è giunta lei stessa alla conclusione di spostare lo studio prima delle pulizie, aggiungendo: “E’ una cosa che non ho mai fatto, ma ci posso provare.”

Come finisce il colloquio: un passo alla volta

Questa frase mi fa capire che siamo sulla strada giusta. È ancora presto per vedere se e come è possibile ridurre gli impegni, nonostante Cristina abbia accennato che ha discusso di questo già diverse volte con il compagno, ma è positivo che la ragazza si senta di affrontare un cambiamento a cui finora non aveva pensato.

Negli ultimi minuti faccio una sintesi di quanto abbiamo fatto insieme:

  • siamo partire dal fatto che non si è ancora iscritta all’esame perché in questo momento si sente in difficoltà ad affrontare la quotidianità e abbiamo visto che la sua è una giornata con molti impegni a cui aggiunge saltuariamente lavori di assistenza alle persone per guadagnare qualcosa;
  • da quando ha constatato di avere meno energie rispetto a qualche tempo fa, ha deciso di far fronte agli impegni alzandosi prima al mattino e cominciando con l’automotivazione che l’aiuta a iniziare la giornata con energia;
  • adesso comincia a inserire un cambiamento nella sua quotidianità per rendere più efficace lo studio: anticipare il ripasso alle pulizie.

Chiedo a Cristina se si ritrova e se ha qualcosa da aggiungere a questo riassunto, infine chudo il colloquio con l’accordo che la volta successiva mi racconterà cosa è successo a seguito di questo cambiamento e da lì partiremo per continuare ad esplorare e definire l’obiettivo in modo sempre più realistico e concreto.

Riflessioni finali

Il percorso di counseling è simile a una catena composta da tanti anelli (i colloqui) in cui ogni anello è chiuso su se stesso e contemporaneamente collegato agli altri.

Il primo colloquio è un anello particolare perché serve per mettere le fondamenta dell’intero intervento.

Come hai visto Cristina è arrivata portando una descrizione spontanea della sua difficoltà (si sente bloccata e non riesce a pagare l’iscrizione all’esame) e attraverso la mia guida ci siamo dirette gradualmente verso un primo obiettivo concreto e fattibile (anticipare lo studio alle pulizie).

Ti ho mostrato alcuni strumenti che ho utilizzato in base allo scopo che intendevo raggiungere insieme a lei:

  • domande per esplorare,
  • commenti per accompagnare i cambi di rotta,
  • riassunti per dare un nuovo significato alla narrazione.

La volta prossima ti racconterò come è continuato e come si è concluso il percorso.